
Ci sono genocidi perpetrati a poco a poco, e colpi di mano
(il)legali compiuti nel silenzio generale. È questo probabilmente il
vero male italiano: che anche le peggiori nefandezze passano ormai
sotto silenzio, perché sono troppi i fronti aperti ogni giorno e si fa
fatica anche a star dietro a quelli nei quali siamo coinvolti.
I fatti, comunque, sono questi. Il governo ha deciso di annullare
(facendo letteralmente sparire il finanziamento relativo) la terza
tornata concorsuale per il reclutamento dei giovani ricercatori
universitari previsto dal famigerato "decreto Mussi". L'argomento a
sostegno di questa rapina è, come al solito, dei più nobili: stiamo per
approvare la nuova riforma - si dice - e perciò quel finanziamento sarà
destinato a finanziare le nuove figure di ricercatori (a tempo
determinato, si noti bene).
Peccato che, ancora una volta, si giochi allegramente con
l'Università, come se fosse l'ultimo dei settori cui dedicare
attenzione; peccato che i rettori non trovino la forza di ribellarsi a
questi ‘trattamenti' non proprio gentili (probabilmente perché ne
traggono vantaggio dato che, rinviando e rinviando, si trova il modo di
non appesantire troppo i bilanci già così disastrati); peccato che
l'opposizione non alzi la voce per difendere l'unico provvedimento
valido di una gestione tra le più disastrose della storia
universitaria; peccato che la maggior parte dei docenti universitari
continui a fare il proprio lavoro fin troppo seriamente come se nulla
fosse. Ma peccato soprattutto che questi provvedimenti abbiano effetti
che ricadono, come al solito, non sui responsabili dei disastri ma su
coloro che rappresentano la parte più innocente del sistema
universitario reale; voglio dire coloro che legittimamente aspettavano
questa tornata concorsuale per sperare di poter mettere fine a una
situazione di precariato che dura già da diversi anni e nella quale
certamente non si riesce a fare né buona ricerca né buona didattica.
Ecco: la prospettiva che il governo offre loro è quella di aspettare
ancora almeno due anni che la legge venga approvata, dopodiché riuscire
con mille difficoltà ad arpionare un contratto 3+3, per altri sei anni
di precariato, prima di entrare in ruolo (forse), magari a
cinquant'anni, come professori associati.
Di fronte a questa situazione, appena prima di abbandonarsi al più
totale sconforto, si trova solo la forza di domandarsi e di domandare:
è accettabile una situazione del genere? Esiste, in questo Paese,
qualcuno che ritenga ancora importante il ruolo dell'Università e della
formazione superiore?
Esiste un settore del sistema universitario disposto a firmare un
ideale manifesto dell'«Università che non si vergogna», nel quale, pur
dichiarandosi disposti a modificare tutto quello che nell'Università
deve essere modificato, si affermi che non si è più disposti ad
accettare qualunque misura, difendendo la dignità del proprio ruolo e
il valore della propria "missione"?
Tommaso Greco - Professore associato della Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Pisa

Ci sono genocidi perpetrati a poco a poco, e colpi di mano
(il)legali compiuti nel silenzio generale. È questo probabilmente il
vero male italiano: che anche le peggiori nefandezze passano ormai
sotto silenzio, perché sono troppi i fronti aperti ogni giorno e si fa
fatica anche a star dietro a quelli nei quali siamo coinvolti.
I fatti, comunque, sono questi. Il governo ha deciso di annullare
(facendo letteralmente sparire il finanziamento relativo) la terza
tornata concorsuale per il reclutamento dei giovani ricercatori
universitari previsto dal famigerato "decreto Mussi". L'argomento a
sostegno di questa rapina è, come al solito, dei più nobili: stiamo per
approvare la nuova riforma - si dice - e perciò quel finanziamento sarà
destinato a finanziare le nuove figure di ricercatori (a tempo
determinato, si noti bene).
Peccato che, ancora una volta, si giochi allegramente con
l'Università, come se fosse l'ultimo dei settori cui dedicare
attenzione; peccato che i rettori non trovino la forza di ribellarsi a
questi ‘trattamenti' non proprio gentili (probabilmente perché ne
traggono vantaggio dato che, rinviando e rinviando, si trova il modo di
non appesantire troppo i bilanci già così disastrati); peccato che
l'opposizione non alzi la voce per difendere l'unico provvedimento
valido di una gestione tra le più disastrose della storia
universitaria; peccato che la maggior parte dei docenti universitari
continui a fare il proprio lavoro fin troppo seriamente come se nulla
fosse. Ma peccato soprattutto che questi provvedimenti abbiano effetti
che ricadono, come al solito, non sui responsabili dei disastri ma su
coloro che rappresentano la parte più innocente del sistema
universitario reale; voglio dire coloro che legittimamente aspettavano
questa tornata concorsuale per sperare di poter mettere fine a una
situazione di precariato che dura già da diversi anni e nella quale
certamente non si riesce a fare né buona ricerca né buona didattica.
Ecco: la prospettiva che il governo offre loro è quella di aspettare
ancora almeno due anni che la legge venga approvata, dopodiché riuscire
con mille difficoltà ad arpionare un contratto 3+3, per altri sei anni
di precariato, prima di entrare in ruolo (forse), magari a
cinquant'anni, come professori associati.
Di fronte a questa situazione, appena prima di abbandonarsi al più
totale sconforto, si trova solo la forza di domandarsi e di domandare:
è accettabile una situazione del genere? Esiste, in questo Paese,
qualcuno che ritenga ancora importante il ruolo dell'Università e della
formazione superiore?
Esiste un settore del sistema universitario disposto a firmare un
ideale manifesto dell'«Università che non si vergogna», nel quale, pur
dichiarandosi disposti a modificare tutto quello che nell'Università
deve essere modificato, si affermi che non si è più disposti ad
accettare qualunque misura, difendendo la dignità del proprio ruolo e
il valore della propria "missione"?
Tommaso Greco - Professore associato della Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Pisa