In questi mesi abbiamo più volte denunciato intese sotterranee tra i regionali di Cgil Cisl e Uil e il Direttore ARDSU, intese che ingabbiano le istanze dei lavoratori delle 3 aziende e vanificano il ruolo dei delegati Rsu. Più volte i Cobas non hanno sottoscritto intese per contestare scelte e decisioni calate sulla nostra pelle. Dov'era la Cgil in questi mesi? Allineata con il Direttore e soprattutto con il Presidente della Regione.
Graduatorie concorsuali ancora aperte. La nostra proposta è che tutto il
Sindacato si schieri per l'assunzione dalle graduatorie concorsuali ancora
aperte in ciascuna azienda per sviluppare nuove assunzioni e incrementare le
professionalità.
Siamo disposti a questa battaglia? Noi sì!
Scandalo Paradisa: chi pagherà per la causa perduta dall'ARDSU contro l'Inail per 650 mila euro? La Paradisa, costruita con i finanziamenti del Giubileo 2000, è stata affittata al ARDSU per 450 mila euro annui, Ardsu avrebbe dovuto occuparsi della manutenzione ordinaria con la straordinaria affidata a Fincosit (immobiliare patner dell'Inail) ma tra i due è scoppiata una controversia poi finita in tribunale. Il risultato?
E' stata spesa una cifra elevata per anni e oggi ci ritroviamo senza 500 posti letto a fronte di 20 mila richieste degli studenti e solo 1400 posti offerti. E' forse questa la politica del Diritto allo studio? Noi pensiamo di no, si spendono male i soldi pubblici e si lede il diritto alla istruzione. Pretendiamo una commissione di inchiesta e che si accerti la verità.
Informa Giovani: siamo i soli a denunciare lo strisciante ridimensionamento di questo ufficio, Cgil Cisl Uil non hanno niente da dire o da fare? Parrebbe proprio di no.
La Cgil parla "a suocera perchè nuora intenda", mossa da preoccupazioni che poco o niente hanno a che vedere con il potenziamento dei servizi,le assunzioni dei precari, il potenziamento degli alloggi e delle mense, si guarda invece alle posizioni organizzative (che già impegnano non poche risorse del nostro Fondo della produttività), alla salvaguardia dei ruoli di potere di qualche funzionario o dirigente loro iscritto (lo stesso discorso vale per Cisl e Uil).
Come se non bastasse si dimentica che l'azienda Unica Regionale è una decisione politica assunta in Regione e nei colloqui avuti dalla Maggioranza in Regione trasparì il sostanziale assenso alla fusione delle 3 aziende da parte di Cgil Cisl Uil.
In queste settimane riscontriamo carenze di organico in tutti i settori e la soluzione non può essere quella di erogare qualche voce del salario accessorio. Serve invece un piano delle assunzioni che potenzi non solo gli uffici e i profili elevati ma le figure esecutive (mensa, distribuzione, tecnici, addetti al front office), occorre una discussione reale sulla dotazione organica da poco presentata con il coinvolgimento del personale.
Quindi perchè non ci occupiamo dei problemi concreti e apriamo una vertenza che tuteli lavoratricitori, precarie, studenti? I cobas ci sono.
Con l'alibi dei tagli non si rinnova il corpo docente e si ritardano le stabilizzazioni
L’Università di Pisa sta attraversando un momento cruciale e comunque difficile della propria storia, ma dal rettorato giunge solo un assordante silenzio.
Senza considerare i pensionamenti dello scorso anno, da ora al 2010 andranno in pensione circa 190 docenti e ricercatori. Eppure il rettore non dà segno di voler assumere un numero di ricercatori adeguato a sostenere il ricambio generazionale e a garantire una didattica e una ricerca di qualità. Per giustificare questa posizione l'ateneo usa l'alibi dei tagli, presenti e futuri, del governo e si trincera dietro la scelta del ministro Gelmini di ridurre e di non co-finanziare la terza tranche del reclutamento straordinario di ricercatori avviato dal ministro Mussi. In realtà, proprio grazie ai numerosi pensionamenti previsti e alle risorse liberate dalla recente convenzione tra l'azienda ospedaliera universitaria e la Regione Toscana in bilancio ci sarebbero risorse per bandire circa 80 posti da ricercatore.
Inoltre, la partita dei nuovi concorsi da ricercatore è legata a filo doppio a quella della stabilizzazione degli 89 tecnici amministrativi che l'ateneo si è impegnato ad assumere su ingiunzione della Direzione Provinciale del Lavoro. In base alla legge 1/2009, per tutto il triennio 2009-2011, gli atenei devono destinare il 60% delle assunzioni di ciascun anno ai ricercatori: dunque, se vuole rispettare questa proporzione senza venire meno agli impegni assunti in sede di conciliazione con gli stabilizzandi, l'Università di Pisa dovrà bandire almeno 69 posti da ricercatore.
Mentre centinaia di precari dell’Università di Pisa aspettano invano da settimane di avere notizie precise in merito a tali decisioni, il Rettore continua a rifiutarsi di incontrare le parti interessate. In questo deprecabile vuoto di comunicazioni ufficiali, restano in campo solo i resoconti indiretti del Consiglio di amministrazione, del Senato e della cosiddetta Commissione sviluppo. Di quest'ultima in particolare, riunitasi l'ultima volta il 27 gennaio, non esistono resoconti pubblici ma alcuni membri hanno riferito di varie e contrapposte ipotesi in materia di reclutamento. La discussione non ha prodotto alcuna decisione, tanto che la commissione è già stata riconvocata per martedì prossimo.
In una simile situazione, dominata da confusione e opacità, avanziamo al Rettore una duplice richiesta: che venga riconvocato al più presto il Tavolo di confronto tra l'ateneo e Assemblea dei ricercatori precari, per poter conoscere e valutare nel merito le varie opzioni in materia di assunzioni; e che si apra un dibattito pubblico e trasparente sul bilancio dell'ateneo e sulle strategie di sviluppo che si intendono seguire nei prossimi anni, inclusi i criteri per individuare i settori disciplinari in cui bandire i nuovi posti da ricercatore.
Assemblea dei ricercatori-docenti precari
Università di Pisa
fonte: Aut Aut
Il provvedimento era stato annunciato a luglio. A settembre il ministro Gelmini aveva promesso che sarebbe stato approvato per la fine di ottobre. Per fare in modo che le università sapessero che cosa si stava preparando aveva anche inviato loro una lettera alle dove esprimeva con grande chiarezza la sua contrarietà alla formula del «3+2» e all’eccessiva varietà di corsi. Nella lettera di due giorni fa si ammette che «il predetto D.M. è in corso di adozione». Dunque ancora nulla di fatto a cinque mesi dal primo annuncio. E si decide che poiché il decreto significherebbe «per diversi Atenei una riprogettazione complessiva della propria offerta formativa» si preferisce far slittare di un anno la sua applicazione.
E’ il risultato di un braccio di ferro durato tutto l’autunno e quest’inizio
d’inverno tra università e ministero. A fine novembre, infatti, la CRUI, la
conferenza dei rettori, pubblicava una nota ufficiale per spiegare tutte le sue
perplessità sul decreto in adozione, proponeva un ammorbidimento degli
interventi chiesti dal ministro Gelmini e un rinvio per studiare una soluzione
diversa.
In realtà al ministero contano sull’effetto-minaccia dell’annuncio oltre che
sull’effettiva adozione del provvedimento. E sanno che la situazione è molto
confusa. Alcune università ancora non si sono adeguate alle modifiche previste
dal decreto 270 adottato quando ministro era il predecessore della Gelmini,
Fabio Mussi. anche lui aveva introdotto criteri più stringenti per tenere
aperto un corso di laurea. Concedeva alle università due anni di tempo per
mettersi in regola e ha permesso un taglio del 20% dei corsi. La metà delle
università si è messa in regola soltanto da poco e quindi si è cercato di
evitare un doppio cambiamento che avrebbe provocato ancora più confusione, come
spiega il ministero nella lettera di due giorni fa.
Il giro di vite sui corsi di studio della Gelmini insomma è in salita ma in
difficoltà anche la riforma dei ricercatori approvata lo scorso anno. Due
giorni fa un emendamento dell'opposizione ha ribaltato ancora una volta la
situazione stabilendo che almeno il 60% della metà delle risorse che derivano
dai pensionamenti deve essere impiegata nell'assunzione di ricercatori
universitari a tempo indeterminato, figura che alcune università avevano deciso
di cancellare e che anche il ministro Gelmini ha chiarito di voler abolire.
Maggiori dettagli li trovate
qui.
Ma il ministero è in ritardo anche con i concorsi da ricercatore ancra non
indetti. «Sono concorsi banditi anche due anni fa - denunciano i precari della
ricerca dell’Apri - e di cui si è persa ogni traccia a causa dei clamorosi
ritardi del Ministro Gelmini. Concorsi Speriamo ci possa essere una maggiore
attenzione verso i giovani ricercatore, a cominciare anche dalla promessa di
nuovi 4000 ricercatori finora ampiamente disattesa».
29/01/10 Flavia Amabile
(da lastampa.it)
Bibliotecari esternalizzati sul lastrico e chiusura anticipata di tutte le biblioteche universitarie
Egr. dott. Grasso e prof. Barbuti,
Gent. me dott.ssa De Simone e dott.ssa Benedetti,
abbiamo appreso ufficialmente il 22 gennaio che per il 2010 l’Università spenderà soltanto 100.000 euro (invece dei 239.000 euro spesi nel 2009) nei servizi integrativi delle biblioteche.
A causa di questo taglio le più frequentate biblioteche dell’Università non effettueranno più l'apertura serale fino alle 23.00, mentre le altre addirittura ridurranno gli orari del tardo pomeriggio, chiudendo alle 18.00 o alle 19.00. Inoltre le biblioteche dovranno rinunciare ad aprire il venerdì pomeriggio o il sabato. Infine durante la settimana verrà dedicato pochissimo tempo alla ricollocazione dei libri sugli scaffali, creando non pochi disagi sia ai bibliotecari che agli studenti.
In sintesi questa decisione colpisce in modo drammatico noi lavoratori esternalizzati, poiché dalla prossima settimana perderemo il 50% del monte orario settimanale. Dal momento che le nostre ore di lavoro sono già poche, con salari al limite della sopravvivenza, molti di noi saranno costretti ad ingrossare le file dell’esercito dei disoccupati, per i più fortunati invece sarà difficile, nonché impossibile, vivere con nemmeno 300 euro al mese. Tra di noi alcuni lavorano nelle biblioteche dell'università da più di 6 anni e hanno saputo di stare per finire sul lastrico con nemmeno dieci giorni d’anticipo. L'atmosfera è surreale dal nostro punto di vista, poiché poco più di un anno fa abbiamo firmato un contratto legato ad un appalto di durata triennale, che ora sembra non valere più.
Ma se la perdita del lavoro di 18 persone può sembrare poco, sembra giusto sottolineare che il problema non è soltanto nostro e che vengono colpite nuovamente le biblioteche d'Ateneo, dopo che l'anno passato hanno subito ingenti tagli ai propri fondi. Non si tratta di difendere soltanto i nostri posti di lavoro, ma di difendere anche il diritto alla cultura e all'istruzione, che si formano attraverso la frequentazione delle biblioteche dove è possibile consultare materiale di studio ed essere aiutati nelle ricerche da personale qualificato. Il patrimonio culturale che racchiude in sé una biblioteca non può essere sostituito da anonime aule studio, come si vuole talvolta lasciar credere.
Alla luce di questi sconvolgimenti che ci toccano fin troppo da vicino siamo a chiedere delle spiegazioni a voi, che avete deciso la fine del nostro lavoro e non solo. Qualcuno di voi si è chiesto cosa ne pensano gli studenti di questa iniziativa, dopo aver pagato quasi 2000 euro di tasse? Oppure che cosa significa questo per le 18 persone che da anni si impegnano nel loro lavoro mettendo a disposizione dell'Università le loro capacità e la loro professionalità ?
Se di danni si parla, è evidente che a subirli sono i soggetti più deboli, quelli su cui vengono scaricati anni di malgestione e i sempre maggiori tagli.
Le questioni che in questo momento attanagliano i lavoratori di questo Ateneo sono più o meno tre.
1° Gli stabilizzandi tecnici amministrativi.
Nella graduatoria dei tecnici amministrativi da stabilizzare, ovvero quelli con contratti a tempo determinato e con le clausole idonee alla stabilizzazione, ci sono attualmente una novantina di persone.
Tramite un lungo braccio di ferro e un'azione legale, visto che le stabilizzazioni sono previste per legge, i precari sono riusciti a far firmare all'Università un'intesa presso la direzione provinciale del lavoro. Tale firma, arrivata dopo una delibera del consiglio d'amministrazione, prometteva l'assunzione di tutti gli stabilizzandi in tre “tranche” di 30 lavoratori ciascuna. La prima tranche, ovvero i primi 30 lavoratori precari, dovevano essere assunti entro dicembre 2009, per la seconda e la terza, i restanti 60 lavoratori, la situazione è più complicata. L'università promette di assumere a giugno 2010 i secondi trenta e a dicembre 2010 gli ultimi. Queste due ultime tranche però sono legate al famoso tetto del 90% di spesa al personale in rapporto al fondo di funzionamento ordinario che arriva dal ministero. Se il tetto viene sfondato, niente assunzioni, finchè non si rientra. Dunque almeno la prima tranche doveva essere “sicura”.
Purtroppo però a gennaio 2010, al rientro in servizio, i precari non vedono stabilizzazione. Viene meno un patto sottoscritto, viene meno il diritto dei lavoratori. Per alcuni di essi l'Ateneo pratica un aumento delle ore di servizio, quasi a dare un contentino per addolcire la pillola amara rappresentata dalla promessa non mantenuta.
Atto ignobile e contro ogni limite, direte voi? Ma non finisce qui.
2° Ricercatori precari.
Dicembre 2008, cade la scura dei tagli tremontiani sull'Università (ddl 133), quindi si paventano situazioni di bilancio future molto critiche. Il Rettore, nonostante questo, rassicura i precari della ricerca, nel tentativo forse di cavalcare la protesta contro la legge del governo. Esclama dunque su tutti i giornali che ci sarebbero stati 65 concorsi di ricercatore nel 2010.
L'ostruzionismo della Gelmini crea però nuovi ostacoli, ma resta la possibilità di bandire 17 concorsi oltre ai 17 sicuri perché finanziati dal ministero. La tabella del ministero uscita nel dicembre 2009, parla chiara in questo senso. Ad oggi, 21 gennaio 2010, il Rettore non ha ancora risposto alla richiesta dei precari della ricerca di convocare d'urgenza un tavolo di confronto allo scopo di discutere dell'utilizzo di questi fondi che arrivano dal ministero e che riguardano l'ultima tranche dei cosiddetti "fondi Mussi". Insomma non è dato sapere a tutto l'Ateneo, cosa intenderà fare l'Università di Pisa, perché il Rettore continua a tacere.
Come è possibile?
C'è dell'altro.
3° The last but not the least: i Bibliotecari
esternalizzati.
Innanzitutto è bene sapere che c'è una cooperativa che,
attualmente, gestisce attraverso 18 lavoratori tutti i servizi integrativi
delle biblioteche (che poi tanto integrativi non sono...). Lavorano su appalto
regolarmente affidato con gara triennale, rinnovabile per altri tre anni.
Sulla gara d'appalto si potrebbe dire molto, tipo che il criterio dell'offerta
economicamente più bassa, quando si esternalizzano servizi culturali, la dice
lunga su quali siano le intenzioni di questa università in ambito culturale. Ma
andando al sodo. A due giorni dal rientro in servizio, dopo le vacanze
natalizie, viene comunicato ai lavoratori che alcune biblioteche hanno ridotto
i servizi di apertura, conseguentemente hanno ridotto le loro ore. La
situazione è questa, a Medicina si chiude il sabato mattina, ad Antichistica
invece che alle 20.00 si chiude tutti i giorni alle 18.00, il sabato pomeriggio
a Matematica e Fisica vuole essere abolito e stessa sorte per il sabato mattina
ad Economia. Scelte fatte, in molti casi, dalle direttrici, ma c'è da dire che
alcune (non tutte) avevano previsto di non far perdere ore agli esternalizzati,
magari attraverso qualche spostamento. Non tutte però ci riescono, qualcuno dei
lavoratori perde comunque fino a 10 ore settimanali, perde la possibilità di
avere un contratto decente, ma non è ancora tutto... Si ventila l'ipotesi che
due strutture chiudano i servizi di apertura serale, che doveva riprendere a
metà febbraio, appena finiti gli appelli d'esame (logico no?). Le strutture
sono, Ingegneria ed Economia, due delle più grandi biblioteche universitarie.
Niente più apertura fino alle 23.00 insomma, alle 20.00 tutti a casa, o forse
pure alle 19.00. Sempre idea di alcune direttrici, che commentano dicendo che
il serale è un lusso che non si possono più permettere. Chissà se invece il
servizio bibliotecario si può permettere il numero spropositato di dirigenti,
messi lì a dirigere un esercito di soli generali. Ma tant'è... Per i lavoratori
iniziano ad essere dolori, si paventano licenziamenti. Poi martedì mattina
(19/01) c'è una riunione di tutte le direttrici, dovranno decidere il da farsi
sul serale e sul nuovo orario, ed ecco che arriva il colpo di scena. La
dirigente in capo (dirigente dei dirigenti) dice di aver avuto un'incontro con
la ragioneria dell' Ateneo e spiega a tutte quanto segue: Da bilancio
preventivo 2009, approvato in cda a dicembre, il servizio bibliotecario
d'Ateneo, per tutto il 2010, ha risorse da investire per l'appalto con la
cooperativa di non oltre 100.000 euro. Considerando che l'anno scorso la spesa
è stata di 239.000, il taglio è di oltre il 50%. Hanno calcolato che anche
abolendo il serale in ogni sede (tutte le biblio chiudessero alle 19.00), la
spesa diminuirebbe di soli 47.000 euro, motivo per cui sono in discussione
tagli anche a tutti i servizi giornalieri. La dirigente passa quindi a chiedere
ad ogni struttura di presentare un piano di tagli per la propria sede,
specificando che è ovvio che se qualcuno taglia 30, qualcunaltro dovrà tagliare
70.
L'unico modo per attutire i tagli è che le varie sedi paghino con soldi loro le
ore d'appalto, ma visti i tagli dell'anno scorso alle biblioteche e
considerando che da facoltà e dipartimenti arrivano sempre meno fondi, il
finale è scontato. Alla situazione attuale quasi tutti i lavoratori della
cooperativa stanno per perdere in media il 50% delle ore. Tutte le strutture
bibliotecarie, o quasi, avranno significative riduzioni negli orari di
apertura.
I lavoratori rischiamo di perdere il lavoro, gli studenti e tutta l'utenza
delle biblioteche perdono la possibilità di studiare in strutture provviste di
materiale di approfondimento allo studio e di personale capace di aiutare dando
informazioni bibliografiche e non solo. La situazione è drammatica, quanto
scritto verrà formalizzato domattina in un'incontro tra la coordinatrice della
cooperativa e l'Università. L'università comunque ha già deciso, vuole arrivare
con questi 100.000 euro fino a dicembre 2010. La motivazione? Semplice, non ci
sono soldi e quindi hanno deciso di stringere la cinghia... sul collo dei
lavoratori.
Questi tagli cadono ovviamente sui lavoratori come su tutti gli utenti, in
primis gli studenti che ormai pagano fino a 1.900 euro l'anno di tasse. Insomma
tra una decina di giorni troverete dei nuovi orari attaccati alle porte delle
vostre biblioteche, vi ho avvertito.
Già... perchè tutto ciò dovrebbe entrare in vigore a febbraio e i lavoratori lo
sapranno ufficialmente domani.
Quando vogliono sanno essere veloci, pure troppo.
La lista non finisce certo qui, ma diciamo che queste sono le questioni più
"scottanti".
Come potete capire non c'è bisogno di andare a Termini Imerese per vedere i lavoratori sui tetti, basta avere pazienza e guardare in direzione del Palazzo “Alla Giornata”, la cui scritta adesso mi è molto più chiara.
Vinz
Clamoroso dietrofront dell'ateneo che non dà seguito all'intesa siglata con gli stabilizzandi del personale tecnico amministrativo presso la Direzione provinciale del Lavoro lo scorso luglio. Entro il 30 dicembre del 2009 l'Università avrebbe dovutro procedere alla prima tranche di stabilizzazioni per 30 unità di personale. La reazione del Coordinamento dei precari: "Venire meno ad un patto sottoscritto significa minare alla base qualsiasi rapporto di fiducia su cui si basa la convivenza civile. Pronti a fare ricorso al giudice"
L'ateneo di Pisa ha deciso di non rispettare l'accordo di conciliazione firmato con i rappresentanti legali degli stabilizzandi dell'Università di Pisa presso la Direzione provinciale del Lavoro nello scorso luglio, in cui si impegnava a procedere alla stabilizzazione di 91precari.
E' questa la clamorosa ed al contempo sconcertante notizia contenuta in una lettera del 30 dicembre 2009 che l'amministrazione dell'ateneo ha inviato ai diretti interessati.
Ma ricostruiamo brevemente i fatti. Dopo un braccio di ferro durato mesi l'avvocato Bimbi, per conto degli stabilizzandi, aveva firmato con i rappresentanti dell'ateneo una intesa il 21 luglio del 2009 in cui l'Università di Pisa, in virtù anche di una delibera del Consiglio di Amministrazione del 26 maggio, si impegnava a procedere entro il 31 dicembre del 2009 all'assunzione di 30 unità di personale tecnico-amministrativo inserito nelle graduatorie di stabilizzazione. L'intesa prevedeva, infatti, l'assunzione di tutti e 91 gli stabilizzandi suddivisa in tre successive tranche così articolate: 30 unità al 30 dicembre 2009, 31 al 30 giugno 2010 e 30 al 31 dicembre 2010.
Queste prime assunzioni non erano sottoposte ad alcuna condizione, mentre quelle previste nel 2010 prevedono il fatto che per poter avvenire non fosse superata la soglia del 90% del Fondo di finanziamento ordinario (FFO) dell'Università. Al riguardo, però, si legge nella delibera del luglio del cda che "il processo di stabilizzazione, in caso di sforamento dei limiti, dovrà comunque concludersi integralmente nel primo anno in cui, rispetto alla previsione di consuntivo dell'anno, si ripristinerà il rapporto AF/FFO in percentuale inferiore al 90%".
Gli stabilizzandi attendevano quindi il fatidico momento in cui fosse riconosciuto loro il diritto ad essere stabilizzati ed invece ecco il colpo di scena. L'ateneo il giorno prima della scadenza prevista nell'accordo comunica con una lettera che non procederà alle assunzioni, adducendo quale motivazione il rispetto della legge 1 del 2009 che impone all'Università di destinare obbligatoriamente il 60% delle risorse per l'assunzione di ricercatori, i bandi dei quali devono essere ancora deliberati.
"La decisione di non dare seguito- spiega il Coordinamento - all'accordo è un atto grave, in quanto l'accordo di conciliazione liberamente sottoscritto fra le parti davanti alla Direttrice della Direzione Provinciale del Lavoro, costituisce titolo esecutivo, imponendo all'Ateneo l'obbligo di assumerci".
"Venire meno ad un patto sottoscritto - proseguono dal personale preacario tecnico amministrativo - significa minare alla base qualsiasi rapporto di fiducia su cui si basa la convivenza civile. Anche in ragione del fatto che vi è una delibera del Consiglio di Amministrazione precedente a quell'accordo che stabilisce le assunzioni".
Inoltre secondo il Coordinamento degli stabilizzandi le motivazioni addotte dall'ateneo per non procedere alle assunzioni, ovvero la mancanza di risorse, sono assolutamente false: "Le risorse economiche ed i punti budget resi disponibili dai pensionamenti avvenuti nel triennio 2008-2010 consentono all'Università di Pisa di procedere all'assunzione con fondi propri sia di tutti gli stabilizzandi sia dei ricercatori".
E questa tesi è confermata dalla stessa relazione approvata dal Consiglio d'amministrazione dell'Università insieme con la delibera in cui si definiva la programmazione temporale del personale tecnico amministrativo stabilizzando. Infatti in base a questo documento "nel triennio 2009-2011, tenuto contro delle cessazioni (verificatesi o previste) nel periodo 2008-2010, il monte dei punti budget è pari a 122". Di questi il 60% deve essere destinato all'assunzione di ricercatori, il che significa circa 73 punti. Mentre secondo la relazione "i punti a disposizione per l'assunzione di personale tecnico amministrativo nel triennio 2009-2011 ammontano a 24,5. Il personale tecnico amministrativo da stabilizzare ammonta a complessive 91 unità per un totale di 23,75".
Sulla base di queste calcoli lo stesso Consiglio di Amministrazione approva la
relazione in cui in conclusione si afferma che "dai dati sopra esposti emerge
la possibilità per l'ateneo di Pisa nel trienno 2009-2011 di completare il
processo di stabilizzazione del personale interessato".
Inoltre secondo le stime del Coordinamento degli stabilizzandi se si desse seguito al piano di assunzioni come deliberato non si arriverebbe ad uno sforamento del tetto del 90% del Fondo di finanziamento ordinario: "Nel 2009 siamo intorno all'86%, il costo delle assunzioni di noi stabilizzandi e degli 80 ricercatori significherebbe un incremento del 2,62%, il che vorrebbe dire stare sempre sotto la soglia prevista dalla legge".
"Al riguardo - specificano i precari del personale tecnico amministrativo - non può essere addotta come scusa la questione dei tagli della Gelmini, in quanto non solo non sono stati ancora quantificati, ma se fossero quel 10% sul FFO di cui tanto si parla già oggi saremmo ben al disopra di quella soglia".
Allora cosa è successo dal mese di luglio ad oggi che ha spinto l'Università a cambiare idea?
"Dal punto di vista delle cifre - spiegano dal Coordinamento degli stabilizzandi - non è cambiato nulla, si tratta di una questione di volontà politica. Ci auguriamo che questo problema arrivi il prima possibile agli organi di governo dell'Università che all'oggi non hanno mai discusso di questo cambiamento di linea messo in atto dal Rettorato".
"Crediamo che l'Università debba rispettare i patti - concludono i precari - e che si riesca a sbloccare la grave situazione che si è determinata, in caso contrario saremo costretti a fare ricorso al Giudice per ottenere da parte dell'ateneo il rispetto della conciliazione".
La parola spetta ora all'Università.
fonte:
Pisanotizie
L'università di Pisa “boccia” il protocollo della Regione e sulla governance si allinea col nuovo ddl
Il Senato Accademico dell'Università di Pisa nella seduta svoltasi martedì scorso ha discusso e di fatto bocciato il protocollo d'intesa proposto dalla Giunta regionale toscana alle tre Università toscane "per la definizione di un programma di azioni volte a rafforzare il legame tra atenei, istituzioni e società".
Questo documento era stato approvato dalla Regione nel mese di ottobre e nelle successive settimane aveva ottenuto il via libera dagli atenei di Firenze e Siena.
Il protocollo è un documento molto snello composto di 4 articoli in cui sono raccolte, però, alcune importanti novità che ridefiniscono profondamente i rapporti tra Regione ed atenei. Infatti all'articolo 2 si dice: "Le università predispongono un piano di razionalizzazione delle attività a cui corrisponda equilibrio di bilancio, Contestualmente le stesse Università, modificando i propri statuti: a) prevedono un sistema di governance, basato sulla separazione tra l'attività di programmazione didattica e di ricerca e la gestione amministrativa, economico-finanziaria, che assicuri il costante equilibrio di bilancio; b) si dotano di adeguati meccanismi che permettano alla Regione di concorrere al controllo dell'andamento finanziario partecipando direttamente alle forme di governance suddette".
Nell'articolo 3 si prevede che "la Regione disciplina in via normativa l'acquisizione in proprietà da parte delle aziende ospedaliere universitarie di immobili universitari destinati a finalità assistenziali ove si debbano effettuare interventi di ristrutturazione, di demolizione e ricostruzione. La Regione promuove, tramite un organismo cui partecipano le Università, il coordinamento tra i programmi settoriali di ricerca sostenuti con fondi regionali e le complessive attività di ricerca svolte nelle Università, nonché gli interventi di valorizzazione dei relativi risultati, secondo le leggi regionali in materia".
L'ateneo di Pisa ha bocciato la richiesta della Regione Toscana di prevedere una modifica dello Statuto che contempli l'ingresso di rappresentanti regionali nei consigli d'amministrazione, avanzando delle proposte di modifica al testo in cui si ribadisce, di contro, la propria autonomia sia per ciò che concerne la governance, sia per i cambiamenti dei propri statuti, ma anche per la predisposizione dei propri piani di spesa. Alla Regione si forniranno gli elementi utili per monitorare l'andamento finanziario dell'ateneo escludendo però qualsiasi coinvolgimento diretto.
Si legge, infatti, nella proposta di testo votata dal Senato Accademico per ciò che concerne l'art.2: "Le Università, in osservanza delle leggi statali che ne disciplinano l'esercizio dell'autonomia, predispongono previsioni di spesa e si dotano di piani di sviluppo idonei ad assicurare equilibrio di bilancio. Nel provvedere alle modifiche dei propri statuti, si impegnano ad adottare soluzioni normative, assicurandone piena e completa osservanza, le quali: a)rispondano ai criteri di governance già indicati dalle Linee guida del MIUR e dettagliati nella legge, attualmente all'esame del Parlamento, secondo la formulazione definitiva che sarà adottata in tema di organizzazione e qualità del sistema universitario, al fine di realizzare l'equilibrio di bilancio in modo costante; b)prevedano meccanismi adeguati a permettere alla Regione l'acquisizione degli elementi utili a monitorare l'andamento finanziario di ciascun Ateneo, prima di procedere al sostegno della sua attività didattica e di ricerca".
"Con questo articolo - spiega il senatore di "Sinistra Per" Rocco Albanese - l'Università di Pisa compie una leggerezza, se così si può definire, inaccettabile e che ci ha anche indotto a votare contro questo documento. Infatti si afferma che l'ateneo pisano si adeguerà in materia di governance al ddl Gelmini che ancora è in fase di approvazione. E' paradossale che il Senato Accademico, che ancora non ha preso una posizione su questo provvedimento, lo richiami in un documento ufficiale, affermando che si adeguerà ad una disposizione che non solo ad oggi non esiste, ma sulla quale c'è nel mondo accademico, a partire dagli studenti, una fortissima opposizione".
Numerose poi sono le aggiunte sulle modalità con cui la Regione potrà concorrere alla qualificazione degli insediamenti universitari come si può leggere all'articolo 3: "Per il perseguimento degli obiettivi ed in attuazione dei metodi stabiliti dalla L.R.T. 27.04.2009 n. 20, la Regione concorre alla qualificazione degli insediamenti universitari e sostiene interventi di qualificazione dei poli di ricerca attraverso le seguenti iniziative: a)disciplina in via normativa l'acquisizione in proprietà da parte delle aziende ospedaliere universitarie di immobili universitari prevalentemente destinati a finalità assistenziali ove si debbano effettuare interventi di ristrutturazione, di demolizione e ricostruzione. b)Provvede, sulla base delle necessarie indicazioni da parte dei centri di ricerca degli Atenei: all'acquisto di apparecchiature complesse e di avanzata tecnologia, da utilizzare nelle ricerche e nelle sperimentazioni, concedendole in comodato d'uso alle strutture universitarie nelle quali si svolgono tali attività; all'abbonamento a riviste scientifiche a diffusione telematica, dando accesso alla loro consultazione al personale della ricerca (sia nelle università che nelle AOU); c)Promuove, attraverso un organismo cui partecipano le Università:il reclutamento di ricercatori a contratto; il coordinamento tra i programmi settoriali di ricerca sostenuti con fondi regionali e le complessive attività di ricerca svolte nelle Università; l'internazionalizzazione della ricerca, sia sotto il profilo delle sinergie per il suo svolgimento, sia sotto il profilo della valorizzazione dei suoi risultati, secondo le leggi regionali in materia".
A questo punto occorrerà capire cosa avverrà. Il testo pisano di fatto stravolge contenuti e indirizzi del documento approvato dalla Giunta Regionale e che gli altri due atenei toscani hanno sottoscritto. La Regione dovrà, quindi, valutare come comportarsi e se riaprire un tavolo di lavoro per trovare un accordo che al momento sembra lontano.
Gli studenti annunciano battaglia e avanzeranno una loro controproposta: "Ricontatteremo in questi giorni - spiega il senatore Albanese di "Sinistra Per" - gli studenti di Siena e Firenze per concordare una linea comune. Gli altri due atenei toscani hanno firmato subito perché le loro condizioni economiche sono fortemente dissestate e hanno quindi bisogno dell'aiuto della Regione. L'ateneo di Pisa non si trova in questi condizioni, ma sul tema della governance non è accettabile quanto ha scritto; mentre le proposte specifiche contenute nell'articolo 3 sono migliorative del testo originale. Una cosa è certa: la discussione non è per nulla chiusa".
In una fase così delicata per l’ateneo di Pisa, schiacciato dai tagli ai finanziamenti e minacciato dal nuovo disegno di legge Gelmini, continuiamo a ripetere che le decisioni che riguardano il nostro futuro devono essere prese nell’ambito di discussioni pubbliche. Tutti gli interessati – lavoratori precari e strutturati, studenti, dottorandi – devono avere accesso alle informazioni rilevanti e devono potere esprimere la propria opinione sulle scelte dell'ateneo. Con questo spirito abbiamo proposto ai Senatori e al Rettore di indire un dibattito pubblico sul bilancio 2010 prima del 15 dicembre. In quella data il Consiglio di amministrazione voterà il bilancio, senza per altro aver sentito il Senato come previsto dal Regolamento finanziario: a quel punto ogni dibattito sarà superfluo. Potremo solo constatare e subire gli ennesimi tagli – alle facoltà, ai dipartimenti, ai fondi di ricerca, alle biblioteche, alle borse di dottorato – e le ennesime misure contro i lavoratori – come i contratti di insegnamento a titolo gratuito e il blocco delle assunzioni – con cui il Rettore e il Direttore amministrativo cercano di far quadrare conti che non tornano.
Rifiutando di discutere la mozione, decidendo ancora una volta di non decidere, il Senato si è assunto una pesante responsabilità politica. Si è confermato il sospetto che lo Statuto dell'università sia solo un inutile pezzo di carta, specie là dove afferma che l'ateneo “impronta la propria azione al metodo democratico” e “garantisce la partecipazione più ampia e la trasparenza dei processi decisionali”. Si è sanzionato lo svuotamento di potere del Senato accademico, succube degli arbitrii del Rettore, timoroso persino di discutere la proposta di un innocuo dibattito pubblico. A fronte dell'incapacità di chi governa l'ateneo di confrontarsi col corpo vivo dell'università, fatto di lavoratori e di studenti, la nostra campagna per un bilancio trasparente e partecipato è ancora più giustificata. Per questo andremo avanti, continuando a chiedere l'accesso ai dati del bilancio e organizzando per la prossima settimana quel dibattito pubblico che ci è stato negato.
STUDENTI E PRECARI DELL'UNIVERSITA' DI PISA
Di seguito la mozione presentata questa mattina in senato:
Mozione per il Senato Accademico del 1. dicembre 2009
Il Senato Accademico dell'Università di Pisa
preoccupato delle difficoltà e delle incertezze finanziarie cui è sottoposto l'ateneo, oltre che per il proprio disavanzo, per la riduzione del Fondo di Finanziamento Ordinario 2010 prevista dalle leggi 133/08, 126/08 (decreto ICI), 166/08 (decreto Alitalia) e 1/09, e confermata finora dalla legge finanziaria 2010 in discussione in Parlamento;
ispirandosi ai valori fondamentali riconosciuti dall'art. 2 dello Statuto dell'Università di Pisa, in cui si afferma che l'università “impronta la propria azione al metodo democratico” e “garantisce la partecipazione più ampia e la trasparenza dei processi decisionali”;
operando nell'ambito delle proprie prerogative in materia di discussione e approvazione del bilancio annuale dell'ateneo, fissate all'art. 9, comma 3 del Regolamento di Ateneo per l’amministrazione, la finanza e la contabilità dell'ateneo e rispettando l'art. 17, comma 2, lettera b del Regolamento di attuazione della Legge 7 agosto 1990, n. 241, recante nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi, in base al quale sono sottratti all'accesso documenti e libri contabili, ad eccezione dei bilanci approvati con delibera dei competenti organi amministrativi.
il Rettore, il Direttore amministrativo, i responsabili degli uffici contabili e i responsabili dei centri di spesa, garantiscano la propria partecipazione attiva al dibattito; tutti i membri del Senato accademico e del Consiglio di amministrazione dell'Università di Pisa siano presenti al dibattito; tutti i lavoratori e gli studenti dell'università siano messi in condizione di partecipare al dibattito.
Pisa, 1. dicembre 2009
fonte: Aut-Aut
Dopo la partecipata assemblea dell'altra settimana, dove si sono
confrontati bibliotecari strutturati, esternalizzai e stabilizzandi, questo è
il comunicato che è stato diramato ed inviato alla stampa.
Nei diversi interventi, il personale delle biblioteche ha quindi denunciato più volte e a vario titolo la drammatica situazione che si sta affrontando nelle biblioteche dell’Ateneo che nel loro complesso compongono il Sistema Bibliotecario: la significativa riduzione delle risorse a disposizione delle biblioteche dell’Università per il 2009 non solo ha fatto diventare problematico persino l’acquisto di beni di consumo e di prima necessità, come cancelleria, lampadine e carta igienica, ma ha reso assai difficoltosa, se non addirittura impossibile, l’erogazione di servizi essenziali. Ad esempio, l’acquisto di materiale bibliografico, i servizi di prestito interbibliotecario e di fornitura articoli hanno subito necessariamente una forte contrazione, come mai si era registrata negli ultimi anni. Ulteriori riduzioni dei finanziamenti potrebbero mettere in discussione gli attuali orari di apertura e di servizio al pubblico, il rinnovo degli abbonamenti alle riviste cartacee ed elettroniche, nonché l’accesso a molte banche dati; in generale, renderebbero impossibile continuare a garantire quelli che finora sono stati servizi, risorse e strumenti fondamentali per l’espletamento delle attività istituzionali dell’Ateneo, quali sono la didattica e la ricerca.
Questa difficoltà a “tirare avanti” è ulteriormente aggravata dalla completa incertezza, ad oggi, circa le risorse disponibili per il 2010 e quindi dall’impossibilità a pianificare entrate ed uscite future: “navigare a vista” non è più sopportabile. In molti hanno rappresentato la preoccupazione che, senza interventi adeguati, si finisca per distruggere il tanto di buono costruito negli ultimi anni, ovvero un Sistema bibliotecario frutto di un non facile, ma necessario processo di trasformazione e svecchiamento che ha portato, da realtà bibliotecarie tra loro frammentate, disomogenee, inefficienti e in certi casi difficilmente accessibili e disperse all’interno dei Dipartimenti, alla creazione di veri e propri centri bibliotecari, erogatori di servizi e di conoscenze e gestiti secondo condivisi criteri di sistema, punti di riferimento per gli studenti oltre che per i docenti. A fronte di tutto questo, i lavoratori riuniti in assemblea chiedono all'Università l’organizzazione di un incontro pubblico sulle biblioteche e il loro futuro, in cui si possano confrontare le molteplici realtà che partecipano al mondo delle biblioteche stesse a partire dai docenti e dagli studenti.
L’assemblea ha deciso anche, prendendo il testimone di quel Coordinamento che più di dieci anni fa ha dato un contributo determinante in termini di idee, proposte e azioni positive alla nascita e crescita del Sistema bibliotecario di ateneo, di costituire un Coordinamento dei lavoratori delle biblioteche quale strumento di analisi, monitoraggio, confronto ed elaborazione di proposte e iniziative.
Fino a ieri mattina il Rettore non aveva firmato la richiesta di sospensione delle lezioni presentata dalla lista Sinistra Per, che per queste ragioni nel pomeriggio si è recata negli uffici dell'amministrazione centrale dell'Università chiedendo aiuto ai Presidi, soprattutto a quelli che in seduta del Senato avevano espresso il loro appoggio all'iniziativa degli studenti. Dopo la pressione esercitata dai presidi insieme agli studenti, il Rettore sembrava essersi deciso in tarda serata a concedere l'autorizzazione.
Inoltre, non era un segreto che negli ultimi giorni diversi dissapori girassero intorno a questa assemblea. Questo momento pubblico era stato indetto in primo momento dalla sola Sinistra Per, senza coinvolgere l'altro gruppo di studenti impegnati già dall'anno scorso nella lotta contro il ddl 133. Nonostante ciò, anche gli altri gruppi avevano promosso tale assemblea, tuttavia pareva prematuro e fuori luogo l'atteggiamento di chiusura della famosa lista studentesca vincitrice delle ultime (ma anche penultime, e quelle prima ancora) elezioni. Alla vigilia dell'assemblea, la suddetta lista rimaneva convinta della necessità di gestire l'assemblea in completa solitudine.
Stamani si sono palesati i risultati. L'assemblea di circa duecento persone è stato un susseguirsi di critiche e attacchi.
Il numero dei partecipanti è stato molto deludente, forse complice anche il fatto che non tutti i Presidi erano a favore dell'iniziativa e che quindi non tutti hanno concesso l'interruzione della didattica.
Cronaca:
L'assemblea parte poco prima delle 11.00.
Al tavolo degli interventi i rappresentanti di Sinistra Per, aula magna quasi piena e un gruppo di Presidi nell'angolo verso le scale antincendio (pronti per la fuga?).
I primi venti minuti sono stati dedicati alle slides preparate dagli studenti, in cui si spiegava per filo e per segno la riforma Gelmini, con tutte le considerazioni critiche del caso. Terminata la “lezione” partono gli interventi. Il primo a prendere parola è uno studente di Ingegneria che inizia subito con una nota dolente che si ripresenterà in altri interventi, compreso quello di Mura (Preside di Scienze). A Ingegneria in contemporanea all'assemblea d'Ateneo c'è assemblea di facoltà, questo esclude gli aspiranti ingegneri dal partecipare a questo momento, il che dispiace e infastidisce.
Poi prende parola un dottorando di Scienze, che coglie l'occasione della presenza del preside Mura e dopo le critiche rivolte a chi gestisce l'assemblea, attacca le trasformazioni in atto nel mondo universitario, trovando spazio anche per le responsabilità dei baroni.
Interviene subito anche Mura, che chiude l'intervento facendo appello a un fronte comune contro la riforma e il taglio delle risorse, aldilà di “baroni, baronetti e marchesi”. Facile, dico io, dopo anni passati a mandare avanti gli studenti nelle lotte contro lo smantellamento dell'università pubblica, mentre loro stavano nelle retrovie ad assicurarsi i loro privilegi. Privilegi che non verranno scalfiti mai, tanto meno dalla pavida Gelmini.
Finalmente interviene uno che siede al tavolo dell'assemblea, che si lancia in un intervento molto accalorato, dove ripercorre il piano di smantellamento dell'università pubblica da parte del governo e lancia due momenti di mobilitazione futuri: il 2 dicembre e l'11 dicembre. Le stesse date uscite a Roma durante l'assemblea nazionale insomma. Nella prima data c'è la volontà di proporre azioni delocalizzate, con sinistra per che sembra voler promuovere un'assemblea più "operativa"(speriamo più condivisa), nella seconda c'è una manifestazione a Roma in concomitanza con lo sciopero CGIL. In mezzo all'intervento spunta anche la proposta di “occupare il rettorato” anche se questo non troverà spazio nel documento finale dell'assemblea. A dire il vero, dopo tutte le polemiche, non è stato proprio possibile approvare un documento finale dell'assemblea.
Qualcuno parla anche del bilancio previsionale 2010 dell'Ateneo, l'approvazione sarà entro fine anno e si teme che l'università decida di tagliare ancora sui servizi, di far pagare insomma sempre ai soliti i tagli che arrivano dal ministero. Ovviamente il riferimento è diretto pure alle biblioteche, che sono state al centro di un'altra assemblea dei lavoratori, svoltasi sempre la stessa mattina.
L'epilogo è dei peggiori: interventi chiusi mentre ancora molta gente doveva parlare, alcuni già segnati non hanno avuto modo di fare l'intervento, tutto questo perché appena finiva l'interruzione della didattica doveva chiudersi l'assemblea e dovevano riprendere le lezioni (non sia mai) - “the show must go on”.
Sul chiudere dell'assemblea, dal tavolo hanno tentato di approvare un documento, una sorta di rivisitazione di un altro documento, quello uscito dall'assemblea nazionale di Roma. Peccato però che il documento uscito a Roma neanche è stato letto e molti non capivano di cosa si stesse parlando. Motivo per cui la chiusura dell'assemblea ha visto protagonista uno studente che ha gridato alla scorrettezza della manovra. E con questo, spalle al muro, gli studenti che gestivano l'assemblea non hanno fatto uscire nessun documento. Ovviamente da lì è partita una discussione che si è spostata fuori, perché nel frattempo gli studenti di Giurisprudenza dovevano iniziare lezione.
Le uniche cose uscite da questa assemblea, oltre la confusione e le critiche, riguardano gli appuntamenti di mobilitazione (2 e 11 dicembre), confermati da Sinistra per in assemblea, ma già usciti a Roma nell'assemblea tra i precari, gli studenti e la Flc-CGIL.
Ovviamente a Pisa si troveranno modi differenti di mettere in pratica tali momenti. Sinistra per ieri ha illustrato i suoi, ma lasciatemi dire che poteva comunicarli in altro modo, magari evitando di fare un'assemblea pubblica. Bastava chiamarla “comunicazione pubblica dei nostri intenti futuri”.
Sarebbe stato più democratico. Oltre a questo non si capisce proprio dove stava la loro assemblea di sola e rigorosa informazione, che se pur ridicola nelle intenzioni, non ha trovato spazio se non nei primi 20 minuti.
Significativo tra l'altro che proprio loro negli ultimi tempi accusano gli altri di anti-democraticità, quando non di atteggiamenti da “capi-popolo”. Alla faccia...
C'era chi sperava nel nuovo che avanza...
Fonte: Aut-Aut
